Ehi, qui è Rachele che vi scrive, la fondatrice di Donne Tra Le Corde. Scrivo due brevissime righe per annunciare che finalmente sono riuscita ad ospitare Valentina Matthews sul sito e non l’ho fatto da sola, bensì con una collaborazione con Vivian che principalmente si occupa di Joshi ma che è anche appassionata di wrestling italiano.
Come ben sapete, perché lo dico spesso, questo sito è aperto a chiunque abbia voglia di dare spazio al wrestling femminile, quindi per è stato un piacere accettare questa collaborazione per farvi conoscere insieme a Vivian un po’ della storia difficile e allo stesso tempo bella di una nuova lottatrice italiana.
Concludo con il dire che io mi sono occupata di fare solo un paio di domande a Valentina (le segnerò con una R), tutto il resto è opera di Vivian quindi nell’articolo c’è la sua firma. Godetevi l’intervista e non dimenticatevi di supportare le due nel loro lavoro. A fine articolo vi lascio tutti i link utili. Buona lettura!
Sono molto felice di portare su Donne Tra Le Corde Valentina Matthews, la nostra rappresentante italiana in Germania.
Ho avuto il piacere di parlare con Valentina diverse volte prima del suo debutto, ed è sempre stata una grande sostenitrice dei progetti miei e di Rachele, per questo sono molto felice di ricambiare il favore sostenendo a modo mio la sua carriera.
Ringrazio moltissimo Rachele che ha gentilmente acconsentito a pubblicare l’intervista su Donne Tra Le Corde.
Durante la nostra chiacchierata abbiamo parlato di di futuri obiettivi, in cui rientra il fantasy booking, del suo debutto, e dei suoi idoli che l’hanno guidata nell’arrivare a diventare una wrestler.
Buona lettura!
Intervista a Valentina Matthews
Per chi non ti conoscesse, chi è Valentina Matthews?
Valentina Matthews: Valentina Matthews è semplicemente una donna mezza Italiana e mezza Britannica. Una figlia del mare del nord e del sud, o citando La Niña: una figlia della tempesta. Lei è una donna che ha vissuto il peggio inferno ma nonostante tutto lei ci danza tra le fiamme, tra sensualità e violenza. Valentina Matthews è semplicemente quella figlia persa, quella figlia di nessuno che ha trovato la sua libertà e la sua rinascita nel ring. Lei è la Rosa di Lancaster che fiorisce su un albero di ulivo.
Hai debuttato da poco, cosa hai provato durante il tuo primo incontro?
Valentina Matthews: Bellissima domanda. Una risposta piuttoso palese: giustamente sei nervosa all’inizio ma poi appena senti la tua theme song le tue paure, le tue voci tacciono. C’è silenzio. Ci sei solo tu, la tua avversaria e il ring. Non esiste nessuno tranne voi, ma allo stesso tempo come disse un saggio: prima la mente, poi il cuore e poi il viso e occhi; questa è la chiave della comunicazione col pubblico. Io sono come un quadro di Salvador Dalì: caotica, intensa e difficile da ignorare. Perché sono forza, bellezza e un pizzico di follia.

R: Sei una persona e atleta che parla molto dei propri idoli, di come l’hanno stimolata e aiutata nella vita e in questo percorso da wrestler. Quanto è importante secondo te avere dei modelli da seguire in questa carriera?
Valentina Matthews: Ammetto che ogni volta cerco di nasconderlo, non perché mi vergogni di chi sono, ma perché temo il giudizio: non voglio che la gente pensi che sia ossessionata, che sia incapace di camminare con le mie gambe. Regal e Dempsey sono la mia ispirazione, ma alcuni potrebbero fraintendere questa ammirazione come idolatria cieca.
Il momento più viscerale del mio debutto è successo durante il mio secondo match della serata con Keesa The Bambi, quando l’ho messa nella Regal Stretch. Non era solo una presa tecnica, era come stringere tra le mani tutti i 21 anni che mi avevano portata fino a quel punto. Sentivo ogni paura, ogni cicatrice, ogni errore, e tutti i miei demoni: rabbia, senso di colpa, dolore, frustrazione, disperazione, come se fossero lì accanto a me, osservando. Allo stesso tempo, per un istante incredibilmente breve ma eterno, ero in un’altra dimensione: leggera, potente, libera, con il mio sogno di bambina che tornava a pulsare dentro di me.
C’era anche un senso di colpa delicato, quasi reverenziale: come se avessi dovuto chiedere il permesso a Regal stesso per usare quella mossa, per farla mia in quel modo così intimo. Non era tristezza, era consapevolezza, rispetto e responsabilità. Nel backstage ho pianto da sola, non di dolore, ma di liberazione, di gioia, sentendo il mio sogno tornare vivo dentro di me.
Solo crescendo ho compreso che anche chi mi ha ispirato, Regal, non è un santo: ha i suoi demoni come i suoi problemi che ha avuto con l’abuso di sostanze, le sue cadute, l’aver quasi perso la sua famiglia e la sua umanità spesso è stata dura, fragile e complessa. Non è perfetto, è reale, combattuto, umano. È questo che amo di lui, la forza con cui affronta ogni difficoltà, la determinazione che non si piega, la precisione che nasce dall’esperienza. E forse è per questo che lo sento così vicino, come se ci fosse un filo invisibile che lega la sua tenacia ai miei passi incerti. Ogni correzione, ogni consiglio, ogni dettaglio nel training non è solo wrestling: è il mio passato che si trasforma in potenza, la mia resilienza che diventa concreta, la mia storia che finalmente trova un senso. Ho tantissimi altri obiettivi nel business, ma questo rimane uno dei punti più importanti, il centro del mio fuoco, la bussola che guida molti dei miei passi sul ring.
Ma ricordo bene quando avevo cinque anni, ero seduta davanti alla TV a casa di mia zia. Era il Monday Night Raw del 2 agosto 2004. Prima del match, c’era il promo di Regal contro Triple H. Io ero piccola, ma sentivo la tensione, l’energia, la sfida tra due uomini enormi e determinati. Regal non era solo un lottatore, era qualcuno che affrontava tutto con coraggio e dignità, qualcuno che non si nascondeva nemmeno davanti a un avversario temibile come Triple H. Era lì, duro ma allo stesso tempo elegante a difendere Eugene. E io, piccola Valentina, percepii qualcosa di più di un semplice spettacolo: capii che volevo essere lì, sul ring, a vivere quella stessa intensità, quella stessa verità. Il match che ne seguì fu corto ma per me fu bello. Regal affrontava Triple H con una determinazione che sembrava infinita, prendendo ogni colpo, reagendo a ogni mossa con astuzia e cuore. Ricordo che lui era in una maschera di sangue e che dopo che suonò la campanella lui prese quel tirapugni infilandolo nella mano sinistra, determinato a fargliela pagare. Io ero incollata allo schermo, rapita, con la mente e il cuore completamente catturati. Non era solo wrestling: era una lezione di resilienza, di forza, di carattere. E per quella bambina, quella sera, nacque una scelta silenziosa ma ferma: un giorno, anch’io avrei calpestato quel ring.
Ma poi pensando a lui, anche io non sono una santa, ho camminato tra i miei demoni, ho ferito chi non lo meritava, ho subito violenza fin da piccola, ho lottato con alcol, autolesionismo e spirali di dolore che hanno segnato la mia vita. Ci sono stati momenti in cui ho cercato di togliermi la vita, momenti in cui tutto sembrava troppo e mi sentivo intrappolata, ma anche quei momenti hanno forgiato la mia resilienza.
Ho affrontato questa spirale a sedici anni, quando mi sono arresa per compiacere i miei genitori biologici, spegnendo il fuoco dentro di me. Da lì è cominciata la discesa: relazioni tossiche, dolore crescente e i miei demoni che non mi lasciavano dormire. Durante la mia relazione con il mio ex compagno abusivo, ho visto Charlie Dempsey nel 2021. Non mi ha salvata, non poteva, ma mi ha ridato quel sogno che avevo quasi perso: l’energia pura di lottare, di sentire il ring sotto i piedi, di trasformare tutto il mio passato in forza viva.
Questo mi ha insegnato il valore dei modelli: non servono per imitare, servono per capire che la resilienza, la passione e l’integrità esistono davvero. Guardare chi ha percorso la strada prima di te ti offre strumenti pratici, sì, ma soprattutto ti insegna che puoi affrontare i tuoi demoni, cadere, rialzarti, trasformare il dolore in energia e non lasciarti definire dagli errori. I modelli ti indicano la direzione, ma il viaggio lo percorri da sola. Ogni volta che salgo sul ring porto con me questa verità. Sono una lottatrice, e questa è la mia missione in questo business: prendere tutto ciò che sono stata, tutto ciò che sogno di diventare, e ogni mio demone, e trasformarli in energia pura, cruda, nuda e onesta sul ring, davanti a chiunque abbia occhi per guardare e cuore per capire.
Pochi giorni fa, mentre ero in piena crisi, i miei demoni sembravano inghiottirmi. Ho preso il telefono e ho sentito la voce di King Danza, carissimo amico e che mi sta facendo da mentore già da un bel po’: “la sofferenza può essere la benzina, portala sul ring.” Quelle parole mi hanno colpita come un pugno nello stomaco e, allo stesso tempo, hanno acceso qualcosa dentro di me. Non era un invito all’autodistruzione, era un invito a trasformare quel veleno in forza. Ho preso atto della mia sensibilità: non nasconderla più, non reprimerla, ma usarla come carburante. Sul ring non scappo dalla mia fragilità; la stringo tra le mani, la trasformo, la lancio in ogni colpo, in ogni mossa. È cruda, è reale, è nuda, è la mia energia, il mio fuoco.
Poi all’inizio ho parlato della faccenda dell’idolizzare: qui entra la realtà dei fan e il sottile confine tra ammirazione e ossessione. A essere onesta, non ho problemi se qualcuno mi trova sexy, se mi immagina in una fantasia o scrive fanfiction: va bene, è umano, innocente, persino divertente. Da ragazzina avevo una cotta da svenimento per Drew McIntyre — roba da teenager: lo immaginavo arrivare, scardinare la porta e portarmi via come in un film. Quella follia mi ha fatto ridere, arrabbiare, sopravvivere. E allora ho scritto: sui quaderni di scuola, di nascosto, mentre in classe tutti parlavano tedesco e io venivo bullizzata; su Tumblr e Wattpad, sotto uno pseudonimo, dove nessuno sapeva che ero io. Scrivere non era solo un gioco: era la mia via di fuga dagli abusi, la terapia che mi teneva in vita. Ho continuato a scrivere fanfic fino a vent’anni. Le conservo ancora: le rileggo e rido, sono assurde, ma mi ricordano che avevo qualcosa che mi salvava. Per questo, se un giorno trovo una fanfiction su di me, la leggo volentieri: so cosa c’è dietro, so che scrivere è un modo per sentirsi meno soli. L’ho fatto anch’io.
Ma in quanto all’ossessione reale, quella che invade la vita, che minaccia, che diventa pericolo… quella non ha posto nella mia vita. Ho visto lottatrici vittime di stalker e minacce reali: Rhea Ripley, Roxanne Perez, Alexa Bliss e altre hanno affrontato il lato oscuro dei fan, persone ossessionate, che superano il confine tra ammirazione e violenza. Io stessa ho visto da vicino una fan americana di Regal che era completamente fuori controllo. Purtroppo, eravamo amiche. Parlava di uccidere wrestler come MJF, Kenny Omega e persino Regal stesso, e di togliersi la vita per raggiungere il suo scopo. Non era un’esagerazione: era reale, tangibile, spaventoso. Vedere la mente umana arrivare a tanto è un pugno nello stomaco.
Io voglio essere fonte di ispirazione, voglio che la gente trovi forza nella mia carriera e nella mia energia, ma non permetterò mai che qualcuno confonda ammirazione con possesso, entusiasmo con ossessione, fantasia con violenza. La parola “Stan” oggi è usata come sinonimo di super-fan, ma chi conosce la canzone di Eminem sa da dove nasce: disperazione, ossessione, follia, violenza. Io voglio solo ammirazione, rispetto, ispirazione. Voglio che chi mi segue impari a cadere, rialzarsi, trasformare il dolore in energia viva, e usare la propria oscurità per diventare più forte. Voglio essere un modello, sì, ma non un idolo. Ecco il confine: puoi amarmi, puoi sognare, puoi scrivere, puoi ridere con me, ma non oltrepassare mai quel limite. Questo è il mondo reale. Questo è il lato crudele dell’ammirazione. E io lo affronto ogni giorno, consapevole, spietata, viscerale, pronta a proteggere me stessa e la mia vita da chiunque perda la ragione, sapendo che non sono sola: molte delle mie colleghe hanno vissuto o vivono lo stesso incubo, e il loro coraggio mi ricorda quanto sia importante denunciare, proteggersi e non abbassare mai la guardia.

Hai un Dream Match personale? O un qualcosa fantasy Booking?
Valentina Matthews: Oh certo, ora parto con un nome ben preciso: Xia Brookside. Xia Brookside è il mio primo pensiero quando parlo di dream opponents. Non si tratta solo di un match: è un momento carico di significato, un confronto che racchiude rispetto e riconoscimento. Lei ha un padre che le ha lasciato un’eredità chiara, un filo di storia e conoscenza che la sostiene; io no. La mia strada è stata costruita tra cicatrici invisibili, abusi dai miei genitori biologici, solitudine e notti in cui il dolore sembrava l’unica compagnia. Ogni passo che faccio sul ring è una conquista, un pezzo di energia e resilienza che ho dovuto trovare dentro me stessa.
Affrontare Xia significherebbe mettere in gioco tutto questo: la mia rabbia, la mia paura, la mia determinazione, il senso di ingiustizia e la volontà di guadagnarmi l’eredità e scrivere anche una mia legacy.
Il match non è una sfida fine a sé stessa: è rispetto. Rispetto per Xia, per il suo percorso, per ciò che ha ricevuto e costruito. Rispetto per il viaggio duro che ho fatto io. Ogni presa, ogni scambio sul ring è una dichiarazione di questo rispetto reciproco: per la storia che porta, per la fatica che entrambe abbiamo messo nei nostri percorsi, per la forza che deriva dal non arrendersi mai. E forse, dopo quel confronto, potrebbe aprirsi uno spazio naturale per collaborazione, un tag team, perché rispetto, ammirazione e competizione possono coesistere e trasformarsi in qualcosa di unico e potente.
Ovviamente ho altre persone alla quale sogno di avere come dream opponent. Più che dream li chiamo obbiettivi: Natalya, ‘Timeless’ Toni Storm, Maki Itoh, Rayne Leverkusen, Wren Sinclair, Thekla, Bozilla, Mercedes Moné e se posso permettermi di essere tremendamente folle: Minoru Suzuki.
Quando penso ai tag team, per me non è solo combattere insieme: è fiducia, chimica e rispetto reciproco sul ring. Chi sale con te deve capire la tua energia, amplificarla e restituirla. Ho in mente nomi tipo Luna Moreno, Metehan (ex Teoman), i Girvan Brothers, la già citata Xia Brookside. Ovviamente ho due nomi in mente belli grossi. Charlie Dempsey non è solo un wrestler. È un enigma. Calmo, introverso, apparentemente freddo. Ma sotto quella superficie c’è una mente affilata come un rasoio, un’abilità tecnica che non lascia spazio a errori. Quando lo guardo, vedo qualcuno che ha scelto la strada più difficile: non quella del clamore, ma quella della sostanza. Ha imparato dal meglio, suo padre William Regal, e ha costruito la sua carriera su fondamenta solide. Io sono l’opposto: impulsiva, passionale, a volte disordinata. Ma so che insieme potremmo creare qualcosa di straordinario. Lui porterebbe la precisione, io l’energia. Lui la strategia, io l’istinto. Insieme, potremmo essere imparabili. Non voglio solo imparare da lui. Voglio che lui veda in me una compagna di tag degna di lui. Qualcuno che, pur essendo diversa, può completarlo. Perché nel wrestling, come nella vita, è la diversità che crea la forza.
E ora lascio il meglio per ultimo: Drilla Moloney. Seguivo Dan già da prima, periodo Indy, NXT UK e ora NJPW. Per me fare team con lui non è un sogno, è un obiettivo concreto. Pensare a noi insieme sul ring mi fa vibrare: ogni gesto, ogni presa, ogni respiro condiviso è un gioco di potere e fiducia. Non è dualismo, non è separazione: è la stessa energia, la stessa follia, la stessa voglia di spingere oltre ogni limite. Sul ring, ogni mossa diventa un dialogo silenzioso, un’intesa viscerale. Ogni colpo, ogni combinazione, ogni sguardo carico di tensione e di sfida diventa elettricità pura. È il tipo di connessione che ti fa battere il cuore, che ti fa sentire viva, che ti spinge a dare tutto senza trattenerti. Questo non è solo wrestling: è un manifesto di istinto, desiderio e potenza. Io voglio che ogni nostra azione urli chi siamo, che non ci sia spazio per mezze misure. Io e lui, in tag team, trasformiamo caos e strategia in arte cruda, dove la passione si fonde con la precisione e l’adrenalina ti morde ogni nervo. Ha quel qualcosa che sfida, che attrae, che provoca. Mi immagino ogni match insieme come un test di forza, di resistenza e di complicità: un gioco viscerale che non aspetta permessi, che non conosce limiti. È intensità pura, energia esplosiva, e io voglio tutto questo.
Ti piacerebbe lottare in Italia? Se sì per quale federazione e contro chi?
Valentina Matthews: Certamente, io vorrei lottare in Italia e avrei tantissimi nomi sulla lista. Nomi come Emily Ramirez, Luna Moreno, Max Peach, Flowey. Vorrei un match contro loro sicuramente. Quale federazione? Lascerò l’Italia a decidere. Se l’Italia è pronta a riaccogliere la figliol prodiga allora tornerò.

Ti piacerebbe puntare al titolo femminile Sirius? Che ricordiamo essere attualmente nelle mani di Jazzy Gabert.
Valentina Matthews: Alpha Female è una lottatrice tosta e ricca di esperienza. Non sarà facile toglierle il titolo ma non è impossibile. Quindi sì, voglio puntare al titolo femminile della Sirius.
Attualmente nella tua gimmick sei per metà di Blackpool, lo vedi come un vantaggio per delle opportunità nel Regno Unito o come una perdita di identità?
Valentina Matthews: Non lo vedo come una perdita, anzi. Io sono metà Taranto e metà Blackpool. Dal Sud ho preso il cuore, la passione che ti brucia addosso e non ti lascia scampo. Dal Nord ho preso la testa dura, la disciplina, la forza d’acciaio. Qualcuno direbbe che sono due mondi troppo diversi… per me invece sono la stessa cosa. Sono ciò che mi rende unica.
L’inglese lo parlo da quando ero piccolissima, lo slang britannico mi è sempre appartenuto, così come la musica e il wrestling che mi hanno formato. Ma dentro di me scorre il sangue italiano, quello che non si arrende mai, che cade cento volte e si rialza cento e una. Non ho mai sentito il bisogno di scegliere. Io non sono meno italiana perché ho il Regno Unito nella pelle, e non sono meno inglese perché vengo dal mare del Sud. In me convivono entrambe le cose, e questo non mi toglie identità, me ne dà di più. Io sono il fuoco e l’acciaio. E quando entro in un ring, porto tutto questo con me. È il mio vantaggio, non il mio limite. Sono orgogliosa di essere tarantina, just like I am proud of being a Blackpooler.
C’è un titolo che vorresti conquistare a tutti i costi?
Se voglio volare ad ali basse allora direi il titolo tag team misto in GWF. Vorrei conquistarlo insieme a Metehan probabilmente. Ammiro e apprezzo molto Metehan e il lavoro che sta facendo. Atleta pazzesco. Ovviamente il titolo femminile in WrestleKult e il Queen of Kult.
Qual è l’obiettivo di Valentina Matthews? Dove vuole arrivare?
Valentina Matthews: Il mio obiettivo non è mai stato semplice. Non cerco solo titoli o applausi, voglio calpestare il ring con tutto ciò che sono, trasformare i miei demoni in forza pura e lasciare ogni paura, ogni cicatrice, ogni dolore su quella superficie. Per chi mi conosce, sa che il mio “finish the story” personale è essere allenata da William Regal. Non è l’unico traguardo, ovviamente ho tanti obiettivi, ma questo è quello che guida ogni mia scelta, il filo invisibile che collega il mio caos alla disciplina che voglio incarnare.
Come ho detto prima, voglio affrontare Xia Brookside. Vorrei fare tag team con Charlie Dempsey. E naturalmente, c’è Drilla Moloney: come ho già detto, non è un sogno, è un obiettivo manifesto.
Oltre all’Europa e al Regno Unito, sogno di allenarmi e lottare in Giappone. Là il wrestling non è spettacolo, è arte, disciplina e sacrificio. Voglio assorbire tutto: la cultura, la tecnica, il rispetto. Ogni passo che faccio è pensato per arrivare ai migliori, per crescere, per lasciare un segno che non possa essere ignorato. Questo è il mio percorso, crudele, intenso, senza scorciatoie: una ragazza che ha conosciuto la solitudine e l’abuso e che ora vuole far urlare la propria forza sul ring, chiunque abbia occhi per vedere e cuore per capire.
R: La domandona finale che faccio sempre a chi intervisto per la prima volta: cos’è per te il wrestling femminile?
Il wrestling femminile per me non è solo uno sport, non è solo intrattenimento: è rivoluzione, è espressione, è testimonianza. È la possibilità di raccontare storie con il corpo, di far sentire ogni emozione, ogni cicatrice, ogni vittoria e sconfitta. È la nostra voce quando il mondo ci vuole silenziose, è il grido di chi ha camminato tra dolore, solitudine e ingiustizie, ma ha scelto di rialzarsi e combattere. Ogni match è politica, arte e coraggio allo stesso tempo.

Come sempre, vi invito a seguire e supportare Valentina Matthews agli show di wrestling e soprattutto sui social, la trovate su Instagram.
Non dimenticatevi di seguire Donne Tra Le Corde anche sui social e di sostenere il progetto con una piccola donazione. E lasciate un follow e supportate Vivian su Instagram e andate a dare un’occhiata al suo blog.
Donne Tra le Corde non detiene nessun diritto sui marchi, immagini e loghi riferiti alle wrestler e alle federazioni italiane e dà i credits ai fotografi per le foto inserite nell’articolo citati sotto le foto stesse. Credits a Torben Becker per la foto di copertina. L’intervista è stata scritta e curata da Vivian, collaboratrice di Donne Tra Le Corde e Rachele Gagliardi, fondatrice e scrittrice di Donne Tra Le Corde.
